Dopo oltre due decenni in cui milioni di cittadini dell’Europa orientale hanno cercato una vita migliore in Occidente, sempre più Paesi stanno ora investendo risorse pubbliche per invertire la direzione dei flussi migratori.
Queste politiche, tuttavia, non nascono dal nulla. Già prima che gli Stati iniziassero a finanziare programmi di rimpatrio, i dati mostravano infatti un cambiamento nelle dinamiche migratorie. Nel 2024, Bulgaria e Lituania sono stati gli unici Paesi europei in cui il numero di cittadini rientrati ha superato quello di coloro che hanno lasciato il Paese.
Per la Repubblica baltica il saldo è stato pari a +2,67 per mille abitanti, mentre per il Paese balcanico è stato di +0,88 per mille, secondo Data Pulse Research, che ha elaborato dati di Eurostat.
Brexit e pandemia hanno innescato il cambiamento
In Bulgaria l’inversione di tendenza ha iniziato a delinearsi dopo la Brexit e la pandemia di COVID-19. Il censimento nazionale del 2021 ha rilevato che il maggior numero di cittadini è rientrato proprio nel 2020: quasi 50.000 persone. Sulla base dei dati raccolti, l’istituto nazionale di statistica ha stimato che oltre 314.000 bulgari residenti all’estero tra il 1980 e il 2021 siano tornati nel Paese.
La pandemia ha inoltre modificato la logica stessa della migrazione. Per decine di migliaia di europei il luogo di lavoro non coincide più necessariamente con quello di residenza. La diffusione del lavoro da remoto e ibrido ha permesso a molti professionisti altamente qualificati di rientrare nel proprio Paese senza rinunciare a una carriera internazionale.
Nel 2024, 18.214 cittadini bulgari sono rientrati in Bulgaria, pari a quasi il 35% di tutti gli arrivi nel Paese, mentre 13.002 sono emigrati, determinando un saldo positivo. Anche nel 2025 il bilancio è rimasto favorevole: 17.369 rientri contro 4.532 partenze. A scegliere il ritorno sono soprattutto le fasce di età comprese tra i 25 e i 44 anni e tra i 45 e i 64 anni.
La migrazione di ritorno non riguarda soltanto i cittadini bulgari. Anche numerosi cittadini stranieri stanno scegliendo di stabilirsi nel Paese.
“Si tratta principalmente di persone provenienti dalla Turchia, dall’Ucraina e di bulgari che rientrano dalla Germania. Questo contribuisce a rallentare il calo della popolazione registrato negli ultimi vent’anni”, ha dichiarato recentemente il presidente dell’Istituto nazionale di statistica, Atanas Atanasov.
La Germania ospita la più numerosa diaspora bulgara dell’Unione europea, con oltre 371.000 residenti al 1° gennaio 2024.
Secondo l’Office for National Statistics del Regno Unito, nel solo 2025 sono rientrati in Bulgaria 11.000 cittadini bulgari, mentre meno di 4.000 si sono trasferiti nel Regno Unito. I bulgari rappresentano il terzo gruppo più numeroso di cittadini europei che lascia il Paese, dopo romeni e polacchi.
L’Europa orientale riduce il divario con l’Occidente
La prima ragione dei rientri è il progressivo avvicinamento economico tra Europa orientale e occidentale. Vent’anni dopo il grande allargamento dell’Unione europea, i Paesi entrati nell’Unione dopo il 2004 stanno ormai recuperando terreno rispetto alla media europea.
Secondo il Nono rapporto sulla coesione della Commissione europea, il reddito medio pro capite è passato dal 52% della media europea nel 2004 a quasi l’80% nel 2023, mentre il tasso medio di disoccupazione è sceso dal 13% al 4%.
Nel 2004, quando Bulgaria e Lituania figuravano tra i Paesi più poveri d’Europa, il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto rappresentava rispettivamente il 35% e il 50% della media europea. Vent’anni dopo, la Bulgaria ha raggiunto il 66%, mentre la Lituania è salita all’87%.
Le differenze con l’Europa occidentale restano importanti, ma l’incentivo economico all’emigrazione è oggi molto meno forte. A questo si aggiunge il rapido aumento del costo della vita in numerosi Paesi dell’Europa occidentale, tra affitti, abitazioni, assistenza all’infanzia e un accesso più restrittivo alle prestazioni sociali.
La convergenza economica spiega però solo una parte del fenomeno. Lo studio dell’OCSE Return, Reintegration and Re-migration (2024) evidenzia che la decisione di rientrare dipende generalmente da una combinazione di fattori familiari, professionali e personali, con la famiglia che riveste un ruolo centrale.
Chi rientra è mediamente più istruito e meglio integrato nel mercato del lavoro rispetto alla popolazione complessiva, smentendo lo stereotipo secondo cui sarebbero le persone meno riuscite a tornare. La Banca mondiale sottolinea inoltre che questi cittadini riportano con sé non solo risparmi, ma anche esperienza professionale, competenze imprenditoriali, nuove tecnologie e capitale sociale. La capacità dello Stato di trattenerli dipende tuttavia meno dagli incentivi economici una tantum e più dalla qualità delle istituzioni, del mercato del lavoro e delle opportunità di realizzazione professionale.
La pressione della nuova immigrazione
Alla convergenza economica si aggiunge un altro elemento: l’Europa occidentale non esercita più lo stesso potere di attrazione che aveva dopo l’allargamento dell’Unione europea.
Dal 2015, e soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i mercati del lavoro europei hanno fatto crescente affidamento su lavoratori e rifugiati provenienti da Paesi terzi, in particolare dall’Ucraina, dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dall’Asia.
Nel 2024 sono arrivati nell’Unione europea 4,2 milioni di immigrati provenienti da Paesi extra-UE, mentre la mobilità interna tra Stati membri ha riguardato 1,5 milioni di persone, secondo Eurostat. Questo ha modificato anche la posizione degli emigrati dell’Europa orientale, che non rappresentano più la principale riserva di manodopera per l’Occidente.
Sempre nel 2024, oltre tre quarti delle piccole e medie imprese europee hanno segnalato una carenza di personale qualificato, particolarmente grave nei settori dell’edilizia, dei trasporti, dell’informatica e dell’ingegneria. Nel settore sanitario la pressione è ancora maggiore: entro il 2030 l’Unione europea potrebbe registrare una carenza di circa 1,2 milioni tra medici, infermieri e ostetriche.
La scarsità di personale si fa sentire anche in Bulgaria. Nell’ospedale di Pernik lavorano attualmente quattordici medici provenienti da India, Sudan, Somalia, Turchia e Iraq, mentre altre strutture sanitarie stanno assumendo professionisti ucraini.
Parallelamente all’attrazione di lavoratori da Paesi terzi, gli Stati dell’Europa orientale stanno sviluppando programmi destinati a favorire il ritorno dei propri cittadini.
Quando lo Stato decide di intervenire
La Lituania è stata il primo Paese a riconoscere il potenziale della migrazione di ritorno, sviluppando una strategia multilivello composta dalla politica nazionale Global Lithuania, dal centro di consulenza Grįžtu LT, gestito dal Ministero degli Affari Esteri, e da iniziative locali come International House Vilnius.
Anche la Bulgaria si è ispirata al modello lituano, persino nel nome. Prima del lancio dell’iniziativa “Scelgo la Bulgaria” nel 2025, la Lituania disponeva già della piattaforma Renkuosi Lietuvą, ossia “Scelgo la Lituania”. Oggi il principale strumento è rappresentato proprio dal centro Grįžtu LT – “Ritorno in Lituania” – che dal 2024 riunisce in un unico portale informazioni su occupazione, istruzione, sanità, previdenza sociale, imprenditoria, amministrazioni locali e ricongiungimento familiare.
Nel 2024 sono rientrati in Lituania 18.934 cittadini, mentre 9.486 hanno lasciato il Paese: quasi la metà. È il quinto anno consecutivo in cui i rientri superano le partenze. La tendenza è proseguita anche nel 2025, con 19.310 ritorni e 9.940 emigrati.
La Bulgaria ha seguito questo esempio nel 2025 con il programma “Scelgo la Bulgaria”, finanziato attraverso il Programma europeo per lo sviluppo delle risorse umane con 13,5 milioni di euro. L’iniziativa offre sostegno economico ai cittadini bulgari che decidono di tornare e lavorare nel Paese.
Gli oltre 1.880 beneficiari già approvati ricevono contributi per il trasferimento, l’affitto, i trasporti, l’integrazione e incentivi per mantenere il posto di lavoro. Quasi l’80% dei partecipanti ha tra i 30 e i 40 anni. La maggior parte proviene dal Regno Unito e dalla Germania, seguiti da Paesi Bassi, Francia, Spagna, Italia, Belgio, Austria e Irlanda; solo pochi rientrano da Paesi extraeuropei. Tra loro figurano sia lavoratori altamente qualificati sia numerosi addetti nei settori dell’edilizia e dell’industria.
L’Agenzia per l’occupazione ha ora avviato una seconda fase del programma, rivolta a 1.170 bulgari residenti all’estero che scelgano di stabilirsi in centri con meno di 50.000 abitanti. Le istituzioni bulgare valuteranno l’impatto complessivo dell’iniziativa nel corso del prossimo anno.
La Lituania ha dimostrato che la migrazione di ritorno non nasce grazie ai programmi statali: questi arrivano quando i cambiamenti economici e sociali hanno già invertito la direzione dei flussi. La Bulgaria sta ancora cercando di percorrere la stessa strada.
A convincere le persone a tornare, però, non saranno i finanziamenti europei. Solo uno Stato in cui salari più elevati si accompagnino allo Stato di diritto, a istituzioni efficienti e a un diffuso senso di giustizia può davvero rendere il ritorno una scelta duratura.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

